Due righe

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Ho guardato questa pagina bianca per giorni alla ricerca del momento giusto per mettere nero su bianco tutto. Ora sono qui che vi racconto un po’ di me, come sempre, con la massima sincerità. Forse ci sarà qualcuno che abbandonerà questa pagina dopo qualche rigo o chi non saprà nemmeno che esita.

Pensavo che rendere pubblico quello che mi è successo fosse sbagliato poi ho capito che non si trattava di una persona, ma di tante che in questa situazione ci si sono trovate.

Ho sempre sognato di voler lavorare nell’editoria, ma non mi sono mai sentita all’altezza, mai pronta, come se mi mancasse sempre qualche abilità o nozione in più, così due anni fa ho deciso di mollare tutto per un sogno.

Ho lasciato un posto di lavoro, non il migliore del mondo sia chiaro, ma mi permetteva di pagare le bollette e già questo è tanto.

Ho cambiato città, sono finita dall’altra parte dell’Italia, tutto questo sia chiaro, non sarebbe stato possibile se mia madre non mi avesse incoraggiato e sostenuto, perché il lavoro di prima pagava le bollette, ma non faceva di certo miracoli.

Ho lasciato giù il mio fidanzato e convivente, che nel frattempo anche lui è stato trasferito in un’altra regione per lavoro e quando poi è arrivato il covid tutto si è complicato. La relazione a distanza è stata sempre più dura, ma un rapporto di dieci anni è pur sempre un rapporto di dieci anni e per adesso facendo i dovuti scongiuri dura. Ho così viaggiato per tre regioni per diverso tempo, durante una pandemia, rispettando le regole e con tanta ansia e paura sulle spalle. Ho lasciato la mia amata Puglia (non potete immaginare quanto mi manca quel mare), abbiamo effettuato un trasloco in Campania, visto che Paolo, il mio compagno, lavora lì, mentre io avevo ancora domicilio a Torino. Un macello insomma.

Nel frattempo, era in cantiere una storia da scrivere e pubblicare, chissà, un giorno in forma di romanzo, spinta anche da quello che era il mio percorso nella scuola di scrittura che stavo frequentando e che nei prossimi giorni terminerò. Qui arriva il bello, me ne sono sentita dire di tutti i generi dalle persone più disparate che mi sono state accanto.

Mi sono sentita dire che ero una “mantenuta” del mio fidanzato, perché per due anni, nonostante l’aiuto dei miei genitori e miei piccoli lavori saltuari, Paolo contribuiva di più al budget familiare rispetto a me. Però per i primi due anni precedenti in cui mi sono fatta letteralmente il culo, lavorando anche 14 ore di fila al giorno, portando delle volte a casa una pagnotta più grossa rispetto a quella del mio compagno, non sono contati più nulla.

A questo va aggiunto un altro discorso, Paolo è anche proprietario di una casa editrice di fumetti e di fumetti devo dire la verità prima di conosce lui, non li leggevo nemmeno. Una piccola realtà, perché quando parti dal basso, ci vogliono anni, tanto lavoro, sudore e tanti, tantissimi soldi, ergo è dura. Sono entrata in questo mondo, facendo un po’ di tutto, la standista nelle fiere, occupandomi delle spedizioni, delle volte dei social, sfogliando dei portfolio e leggendo anche storie, senza avere un ruolo definito, facevo quello che si poteva, senza nemmeno un riconoscimento. Ero sempre un passo indietro, ero “la fidanzata di”. Brutto vero? Così ho smesso e ho pensato a me, a prendermi fuori quel riconoscimento.

Così ho iniziato a scrivere la storia di Silvia, un personaggio a cui mi sono affezionata, un personaggio che rispecchia le tante donne che ho conosciuto nella mia vita.

Sapete cosa mi sono sentita dire? “Perché questa storia non la fai scrivere a Paolo?”. Questa frase è stata pronunciata da una donna, una donna con un’istruzione, laureata e indipendente dal punto di vista lavorativo. Dovevo stare ancora un passo indietro. Ma non è finita qui.

Questo blog lo conoscete, se no non sareste qui. È nato parlando di cibo e poi l’ho ampliato parlando delle mie passioni. Bene, mi sono sentita dire con frecciate velate, ma ben comprensibili, da una persona che nell’editoria ci sguazza molto che da foodblogger era meglio che scrivessi un libro di ricette e non roba di narrativa. Ah, quindi una laurea in Lettere, un corso di specializzazione in scrittura creativa, non servono a niente? Va bene, ma ho continuato a scrivere.

A tutto questo aggiungerei che la pandemia di certo non ha aiutato molto. Passare la maggior parte del tempo tra quattro mura non ha aiutato la mia creatività e purtroppo ho avuto dei blocchi e stupidamente ho confidato le mie preoccupazioni alla persona sbagliata.

Sapete cosa mi sono sentita dire? “Vai dallo psicologo”. Ah, quindi se racconto uno spaccato della mia vita, dove ne ho viste tante e mi sono sempre rialzata e per una volta avrei bisogno di una pacca sulla spalla con semmai una frase “dai, ce la puoi fare anche stavolta!”, chiedo troppo? Forse sì. So bene di cosa si occupa uno psicologo. Ho un fratello schizofrenico e so di cosa sto parlando. Anzi, qualcuno di esperto in materia anni fa si è meravigliato di come avessi mantenuto la retta vita e non fossi impazzita. Delle volte anche essere in salute fa strano come è comica la vita.

È finita qui? Purtroppo, no. Torniamo a Silvia, il mio personaggio. Silvia è una donna, una madre, una moglie, un’amante, una collega. A Silvia di cose gliene faccio combinare tante.

Sapete cosa mi è stato detto? Mi è stato detto che non sarei stata capace di scrivere questa storia, perché in fondo sono ancora una studentessa, non sono una moglie, che il divorzio non è la stessa cosa di lasciare un fidanzato, non sono una madre. Potete immaginare bene la mia faccia davanti a tali affermazioni, giuro che ho mantenuto la calma. Sono dell’idea che si scrivono storie vissute in prima persona, ma anche storie di altri e come ho già detto la storia di Silvia è la storia delle donne che ho incontrato sulla mia strada e ad alcune di queste ho fatto leggere quello che ho scritto per capire se io stessi rendendo veramente reale il tutto. E poi, continuando su questa teoria, un uomo non potrebbe parlare di donne, del ciclo mestruale, di un parto.

Ho 31 anni, non sono più una ragazzina, le bollette arrivano ogni mese e in modo o nell’altro le pago. Non sono una moglie, perché penso che non ci sia bisogno di una firma per avere fiducia in una persona, questo non significa che non mi sposerò mai, ma che al momento non è nei miei piani. Non sono una madre e non lo sarò mai, ho preso questa decisione tanti anni fa e l’ho esplicitato subito nella mia relazione con Paolo. Ho avuto la disgrazia di vivere in una famiglia dove mio fratello ha manifestato una malattia mentale, l’ho vissuta da sorella e avendo un figlio ci sarebbe il rischio di viverla dal punto di vista di una madre e questo rischio non mi piace. A questo va detto che anni fa sono risultata positiva all’HPV 16 e 18, con una lieve formazione precancerosa di basso grado, ad oggi sembrerebbe tutto rientrato, direi anche con molto culo. Tutto questo non mi meraviglierebbe che mi abbia portato all’infertilità, ma non ho mai fatto esami in merito e dal momento che non voglio avere figli, non penso che li farò.

Perché ho raccontato tutto questo? Perché ho raccontato tutti i fatti miei? Ora vi dico altre due cose e poi vi spiego il perché.

In passato, mi avevano detto che avevo dei limiti nel giocare a pallavolo, ma sono arrivata in serie C, ho lasciato poi per dare spazio ad altri obiettivi nella mia vita, nonostante avessi ricevuto altre proposte.

Mi avevano detto di non fare la foodblogger e di chiudere il blog, poi ho lavorato con grandi marchi.

Mi avevano detto che sarebbe stato meglio per me scegliere una laurea scientifica e che con Lettere non ce l’avrei fatta, poi mi sono laureata lo stesso.

Detto ciò, ora non posso scrivere la storia di Silvia? Mah, visto la mia esperienza la scriverò lo stesso.

Non nego che in questi mesi mi ero arenata, demotivata, ma non c’è stato un singolo giorno in cui non ho pensato a Silvia. Mi sono sentita una fallita, poi mi sono ripresa. È inutile dire che è vero che le prime stesure delle storie sono sempre “merdaccia”, che si scrive e si riscrive.

Ho deciso di affrontare il blocco facendo altro, perché stare senza fare niente non è da me. Ho iniziato un corso per diventare SEO specialist, vista la mia formazione in ambito web (non è qui il luogo di elencare il mio CV, semmai andate su LinkedIn) e mi sono iscritta di nuovo all’università per completare il mio percorso di studio e conseguire la laurea magistrale in Filologia e Letterature Moderne. Per ora il primo esame è andato, 28 e sto. Vi ricorderei che io ero quella che non ero portata e dovevo lasciar perdere. Ho studiato molto, rimanendo anche fino alle 2 di notte sui libri e sono stata ripagata e non venitemi a dire che con le università telematiche sono più facili. No, non cambia proprio nulla. Lo studio è studio. Pago quasi la stessa cifra di quanto pagavo nella statale, ora che siamo ancora durante una pandemia gli esami si svolgono online come in tutte le università, ma ci sono i testimoni e gli esami vengono registrati. La mole di studio è pressoché uguale. Quello che ci vuole è sempre l’impegno. Come è stato possibile tutto questo? Grazie a tanta forza di volontà e hai soldi che ho ottenuto col 730. Strano, eh? Io ero ancora la studentessa.

Tutto questo per dire che ogni giorno si alzerà qualcuno a dirvi che non potete farcela, che voi non siete adatti e vi lancerà addosso merda. Andate avanti, sempre.

Papà quando ha saputo del primo esame andato bene mi ha detto: “Sei coraggiosa!”. Lui non ci credeva che mi riscrivessi all’università. C’è chi ancora non crede che abbia fatto più di una volta 1000 km in auto da sola alla guida, ma questa è un’altra storia.

Sapete cosa ho risposto a papà? Ho risposto che non ho altra scelta, che se voglio raggiungere i miei obiettivi devo puntare dritto alla meta.

Questi due anni mi hanno dato tanto e non parlo solo di cultura, di nozioni, ma di vita. Mi hanno permesso di conoscere anche persone stupende, colleghi che spero per loro che diventino il futuro dell’editoria italiana, e molti professori molto competenti.

Mi sono emozionata come in questi mesi ricevevo delle chiamate lunghissime o una foto di una bottiglia di olio che gli ricordava di me o anche un semplice messaggio “ma quando torni a Torino?”. La vita a scuola è fatta anche di socialità e quella conta tanto in un mondo dove diventiamo sempre più dei numeri.

In diversi casi in questo lungo testo non ho fatto nomi, perché non aveva senso. Il punto è che ogni giorno qualcuno cercherà di abbatterci che sia una persona cara o un estraneo, quello che conta è come reagiamo.

Comunque, la storia di Silvia l’ho ripresa in mano e la continuerò e quando sarà pronta spero di poterla condividere con voi insieme al profumo della carta appena stampata.

Besos,

Rox

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